L’immagine sostituta. Ricostruzione, copia e rappresentazione del bene culturale perduto

Elena Pirazzoli

Abstract


Le pratiche ricostruttive dei beni culturali danneggiati e distrutti, soprattutto per causa traumatica, hanno spesso scelto, a partire dal 1945, la strategia mimetica: si pensi allo Stare Miasto, il nucleo più antico di Varsavia, azzerato durante la Seconda guerra mondiale, ricostruito e inserito poi nella World Heritage List dell'Unesco. Più recentemente, un simbolo della guerra in Bosnia come il ponte di Mostar ha vissuto una ricostruzione analoga. Le motivazioni sottese a tali ricostruzioni all'identico derivano spesso da aspetti di carattere identitario più che storico-artistico: la copia assume un valore di verità di fronte alla necessità di colmare il vuoto lasciato da quella perdita nell'identità stessa della comunità colpita. Negli ultimi anni, di fronte agli attacchi bellici e terroristici contro beni archeologici, sono emersi alcuni aspetti inediti: le possibilità tecniche (ricostruzioni virtuali, stampa 3D) permettono di realizzare copie accurate se non addirittura iper-realistiche dei beni perduti; la natura identitaria dei beni travalica i confini nazionali, innescando progetti transnazionali e delocalizzati di ricostruzione (per es. Palmyra, il cui arco di trionfo è stato ricostruito a Londra). Tuttavia, questo fenomeno sta generando un acceso dibattito tra i fautori della ricostruzione mimetica e i detrattori di un'operazione sostitutiva e ambigua. Il lavoro di alcuni artisti si è inserito nella discussione, riflettendo sull'impatto formale della ricostruzione dell'immagine del bene scomparso o perduto (per es. la basilica paleocristiana di Siponto ricreata da Edoardo Tresoldi) o sul suo impatto politico (The Other Nefertiti di Nora Al-Badri e Jam Nikolai Nelles).

Parole chiave


Ricostruzione; beni culturali; guerra; digitalizzazione; immagine

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DOI: 10.6092/issn.2531-9876/6935

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